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Castello di Canossa

Storia del Castello PDF Stampa E-mail

 Isabella Di Cicco

Il Castello dalle origini agli scavi archeologici

 

Il castello

I ruderi del castello, che sorgono su un'aspra rupe a ridosso dell'abitato di Canossa, tra il torrente Crostolo ed il fiume Enza, dominano con ampia vista il paesaggio delle valli sottostanti.

Il sasso di Canossa, dal punto di vista geologico, è costituito da calcare oligocenico, e si eleva a 576 metri sul livello del mare.

La rocca è stata fonte d'ispirazione di narratori e poeti. Ludovico Ariosto, che vi soggiornò, nell'Orlando Furioso descrisse la rupe su cui immaginava sorgesse la rocca incantata di Atlante .

Naborre Campanini sosteneva che "la superficie della vetta misura nella massima lunghezza 80 metri e 30 nella larghezza media: il perimetro non supera i 1200 e tutta l'area è stata calcolata poco più di duemila metri quadrati; minore di oltre un terzo dell'antica per le frane periferiche che massime da mattino, da mezzogiorno e da ponente, hanno divorato la rupe". L'area occupata dal complesso era, comunque, "comoda e sufficiente a un grande castello" specie in considerazione del fatto che "Canossa fu una fortezza, non un palagio signoresco creato per gli agi di una vita queta all'agio. La stessa Matilde vi dimorò solo a brevi intervalli e ne' pericoli; mentre comunemente soggiornò alle Carpineti, nel castello fabbricato da lei, dove tenne l'ordinaria sua corte" .

Lungo l'Appennino Reggiano, tra i corsi dell'Enza e del Secchia, numerose strutture fortificate si allineano secondo direttrici preordinate, che raggiungono, parallelamente, a diverse quote altimetriche, il confine della Tuscia.

Il castello di Canossa sorgeva in una posizione strategica, lungo la fascia dell'Appennino tra Parma e Bologna, dove confluivano le più importanti vie di comunicazione del nord Europa verso Roma, la via del Brennero, del Sempione, del San Gottardo, la Francigena e quella del San Bernardo.

Non bisogna dimenticare che in epoca medievale il viaggio aveva assunto una connotazione particolare: migliaia di pellegrini decidevano di affrontare, per terra o per mare, percorsi lunghi, difficoltosi ed insidiosi per raggiungere i luoghi della fede, in quanto i cosiddetti "cammini del cielo" costituivano il massimo fine esistenziale dell'individuo.

Canossa era senza dubbio un punto di collegamento fondamentale nell’antico sistema viario.

Le ricerche condotte sul sito hanno permesso il ritrovamento di tracce di insediamenti di età romana.

Nel caso di alcuni frammenti di mattoni manubriati e di tegoloni, oggi esposti nel museo locale, si è concluso che trattasi di materiali di recupero provenienti da qualche zona pedecollinare e riutilizzati per la costruzione del castello o in occasione di qualche rifacimento dello stesso.

Ma la scoperta da parte di Gaetano Chierici di un pavimento in gittata di cocciopesto (di dimensioni ridotte) ricoperto da una pavimentazione medievale, ha suggerito la presenza nel sito di un insediamento romano.

Il Campanini aveva evidenziato tale pavimento nel disegno da lui eseguito della pianta del sito, ma questo non determinò un successivo approfondimento delle indagini.

Nel 1894 il prof. Tito Bentivoglio della Società dei Naturalisti di Modena decise di analizzare i frammenti del pavimento, concludendo che i tre strati che lo componevano corrispondevano dettagliatamente a quelli testificati da Vitruvio nel trattato De Architectura.

Del resto, la presenza di insediamenti romani in quel luogo non è ingiustificata se si considera che la Via Tabularia Brescello-Luceria, posta ai piedi della rupe, costituiva già in tempi remoti il collegamento obbligato tra il nord ed il sud della penisola .

 

Gli insediamenti antichi nel territorio

L'intera montagna reggiana è abitata fin dalla preistoria, come documentano i molteplici ritrovamenti di manufatti in pietra scheggiata risalenti al paleolitico e al neolitico, sulla parte superiore del terrazzo alluvionale dell'Enza.

Il fiume costituiva un importante collegamento tra la pianura padana meridionale e i centri di Lucca e Luni (antico porto ligure).

Inoltre, lungo il corso dell'Enza sorse Luceria, una delle principali colonie romane della Gallia Togata.

Reperti etruschi sono stati rinvenuti, invece, sui rilievi montuosi "meno accoglienti e disdegnati dalle genti romane a favore del più ricco fondovalle".

A seguito degli attacchi ungarici e con la nascita della società feudale, si assistette al popolamento delle zone montuose, dove sorsero le fortificazioni di difesa costituite da rocche e castelli.

Dopo il mille, i colli cominciarono ad essere popolati dai borghi, a testimonianza della progressiva disgregazione della proprietà feudataria e dello sviluppo delle aziende agrarie.

In quell' epoca Canossa divenne il fulcro dello scenario politico europeo.

 

I domini dei Canossa

Sigifredo di Lucca diede origine alla dinastia feudale, che nell'arco di centocinquant'anni consolidò il proprio potere.

La potenza dei Canossa ebbe inizio con Adalberto-Atto, antenato di Matilde, che favorì il recupero di pascoli e coltivi e garantì la sicurezza ai propri sudditi, con la creazione di un sistema difensivo militare, caratterizzato da case a torre, e che ebbe il suo apice tra l'XI ed il XII secolo.

Con la contessa Matilde queste terre divennero uno scenario strategico nel contesto politico europeo

Il feudo matildico, consistente in terre e beni allodiali, abbracciava gran parte dell'Italia centro settentrionale, estendendosi dall'Alta Lombardia fino al nord del Lazio: "un vero e proprio stato cuscinetto, ambito da molti e ago della bilancia nella lotta tra imperatore e papa" (8).

Lo stato feudale di Matilde, che ebbe origine nella famiglia degli Attonidi, avi della contessa, era protetto da un sistema difensivo caratterizzato da castelli predisposti lungo l'Appennino reggiano da ovest ad est, secondo diverse quote altimetriche.

Tali castelli hanno subito nel tempo varie distruzioni. Molti di essi furono gradualmente trasformati in residenze signorili .

Il comprensorio feudale era caratterizzato anche da molte pievi, che, poste a capo di cappelle minori, si sostenevano grazie alle offerte dei fedeli (decime).

Esse sorgevano in punti strategici e, spesso, in prossimità dei castelli, erano edifici realizzati con blocchi di pietra arenaria, caratterizzati da un impianto planimetrico rettangolare, con interno a tre navate e parte terminale absidata .

 

L'abbandono e la riscoperta

Conclusa l'epoca matildica, dopo la fase comunale e quella delle signorie locali, tra il 1452 e il 1527 gran parte di quel comprensorio sarà occupato dagli Estensi, che lo deterranno per secoli .

Nel corso del tempo la rocca ha subito un progressivo disfacimento.

tra il XIII ed il XIV secolo si verificarono i primi crolli; altri distacchi avvennero tra il XV e il XVI secolo.

Nel 1846 la caduta di un enorme masso provocò una vera e propria scossa tellurica. Di contro alla famosa frase del principe di Bismarck "noi non andremo a Canossa", nel corso dell'800 le visite alla celebre rupe da parte dei pellegrini tedeschi furono numerosissime.

In Germania diversi giornali pubblicarono articoli sull'argomento, raccontando la delusione e l'amarezza dei visitatori alla vista di un monumento un tempo tanto insigne, e ormai in totale stato di abbandono.

Sull'altopiano dello scoglio nessuna traccia leggibile della prima costruzione di Atto Adalberto, dei successivi ampliamenti matildici, della ricostruzione consequenziale alla distruzione dei reggiani nel 1255, dei rifacimenti ad opera dei successori di Matilde, prima, e degli Estensi, poi, fino alla trasformazione in dimora signorile da parte di Gilberto da Correggio, signore di Parma (1320).

Nel 1877, il gruppo degli alpinisti reggiani della Sezione dell'Enza (costituito dalle due città di Parma e Reggio) decise di riprendere l'opera di illustrazione delle zone montane della provincia, avendo come punto di riferimento alcuni studi sull'argomento, raccolti nel volume "La montagna fra la Secchia e l'Enza" e facendo partire la nuova indagine dal castello di Canossa, in considerazione delle molteplici imprecisioni e carenze di quanto già pubblicato sull'argomento .

La proposta, lanciata dai soci Napoleone Casale e Naborre Campanini nel corso della riunione del 5 maggio 1877, fu accolta all'unanimità.

Nell'incontro seguente del 25 maggio venne costituita una commissione che definì le modalità dell'escursione e il 31 maggio successivo vari soci del Club, tra cui l'allora presidente Chierici, si recarono a Canossa per una prima visita, giungendo alla conclusione che una campagna di scavi avrebbe condotto a proficui risultati.

Il 10 giugno i soci Emilio Spagni e Giuseppe Ferrari furono incaricati dalla vicepresidenza del Club a recarsi a Canossa per un ulteriore esame del sito e per redigere una relazione.

Nelle due escursioni furono in particolar modo esaminati gli accessi al castello lungo il lato ovest e in direzione dei borghi, i ruderi degli edifici sulla spianata e i borghi stessi.

Nella parte superiore della salita, sul lato di ponente, furono rinvenute tracce di un ponte levatoio; tale ipotesi era avvalorata anche dalla presenza dei resti di due muri .

Per quanto concerne invece l'accesso dal lato dei borghi, fu osservato che "Il tratto di muro che si spicca drizzandosi a N., dalla torre posta nell'angolo S. E., cessa d'improvviso e lascia tra sé e un resto della cinta, che ricompare più avanti, un vano dirupato, ma non accessibile. Uno dei visitatori si ricorda d'aver già veduto, non pochi anni or sono, esso muro congiunto col resto della cinta che è sur una linea alquanto più in dentro. Questo ricordo nulla toglie alla possibilità di un'antica entrata per questa parte, essendo facilmente supponibile che quel tratto di muro, che chiudeva il vano d'ora, si dovesse ai più recenti ristauri di Canossa. Furono da noi veduti sull'orlo del vano a fior di terra i margini di un muro che sta ancor più indietro dei due a fianco. Si può quindi argomentare che ivi fosse una vera incassatura protetta dalle due laterali sporgenze, a uso di bastioni, e che una porta, o meglio porticina o postierla di soccorso, fosse a fior del piano nella incassatura accennata, e che per essa si calasse ai sottostanti borghi per un ripido sentiero, o scaletta, difesi forse da barbacani e controscarpe ora annientati: sentierotto rapidamente distruggibile in un momento di pericolo"

Lungo l'angolo sud est furono rinvenuti gli avanzi di una torre e i resti di ambienti che circondavano la curva di un edificio semisotterraneo ingombro di macerie, facilmente identificabile in una cappella. A riprova di ciò, la presenza di due colonne, già reperite durante la prima visita a Canossa, che probabilmente separavano la parte absidale della restante cappella. Tali colonne, che presentavano un diametro di 40 cm., erano in marmo veronese (di colore rosso, quella rivolta a sud, di colore bianco, quella a nord).

Per quanto riguarda i borghi, invece, essi erano posti a tre diverse altezze.

La presenza di numerosi ruderi e il tipo di reperti rinvenuti facevano supporre che "sorgessero ivi effettivamente, fin dai tempi matildiani, case che, stando alla tradizione locale, dovevano appartenere prima ai canonici, poscia ai monaci di S. Benedetto".

Non era comunque da escludere un'altra ipotesi, e cioè che la strada delimitante i borghi e posta al termine del declivio, segnasse col suo perimetro l'area al momento occupata da un campo di biada, ma nell'antichità destinata alle abitazioni poste a difesa del soprastante castello, ed includente anche il convento e la chiesa di S. Apollonio. "A sostegno di questa opinione viene in primo luogo la considerazione che la vastità del perimetro permette largamente di supporre che dentro vi sorgesse l'excelsum templum e il borgo di Canossa, ancora sussistente nel principio del secolo XVII, secondo la testimonianza di Francesco Scotto", studioso vissuto in quell'epoca.

Inoltre bisognava tener presente che il campo di biada era ingombro, anche ad una certa profondità, di molte macerie "di grave incomodo all'oratore" .

I soci Spagni e Ferrari concludevano la relazione sostenendo la necessità di sgombrare innanzitutto le macerie dai vari ambienti.

 

Storia degli scavi

Con nota del 4 luglio 1878 l'Intendente di Finanza di Reggio Emilia comunicava al Chierici, in qualità di regio ispettore dei Monumenti Scavi dell'Antichità nella Provincia di Reggio Emilia, che avrebbe ottenuto a breve la consegna definitiva della proprietà demaniale dei resti del castello di Canossa per l'inizio delle operazioni di scavo.

Il 4 agosto giunse dal Ministero della Pubblica Istruzione (Direzione Generale dei Musei e degli Scavi di Antichità) l'autorizzazione necessaria e nel mese seguente la campagna di scavi si era conclusa, come si evince dalla corrispondenza tra la Prefettura di Reggio Emilia e il Ministero della Pubblica Istruzione con Gaetano Chierici, il quale chiedeva il rimborso di lire 697.50, somma da lui anticipata per il pagamento del personale impegnato nei lavori. Essendo infatti egli impegnato nell'attività di insegnante ed approssimandosi la riapertura delle scuole, aveva ritenuto necessario incrementare il numero degli operai e dei mastri muratori, per accelerare il completamento degli scavi.

Egli chiedeva inoltre che la somma preventivata fosse aumentata "d'oltre 900 lire, sul preventivo di spesa già approvato di L.1437, poichè seguitando, dopo questa settimana, anche solo i ristauri, quelle 1300 lire verranno spese ben presto".

Nel frattempo il Genio Civile della Provincia di Reggio Emilia aveva avviato un progetto di lire 4000 al fine di realizzare una piccola casa nella zona superiore della rocca "perchè al basso, dove una tal casa sarebbe possibile, hanno abitazione taluni pretendenti alla proprietà del castello".

Il 20 settembre 1880 il Corpo Reale del Genio Civile di Reggio Emilia, comunicando al prof. Chierici di essere in attesa delle autorizzazioni necessarie per poter consegnare al capo mastro Luigi Conti i lavori di costruzione dell'abitazione da erigersi sul monticello di Canossa, lo invitava a partecipare al sopralluogo finalizzato alla stima del terreno circostante il monticello, organizzato dalla Prefettura.

Il 28 aprile 1881 il Ministero della Pubblica Istruzione informava l'Ispettore ai Monumenti di essere in attesa del progetto relativo all'espropriazione delle terre e alle comunicazioni da parte del Ministero dei Lavori Pubblici circa il progetto di restauro delle due camere.

Con nota del 30 aprile, con l'intento di definire la vertenza riguardante l'acquisto dei terreni di proprietà Conti da parte del Governo, l'ingegnere della Sezione Libero Pagani chiedeva al Chierici se l'acquisto della casa posta sul terreno dei Conti fosse determinata dalla necessità dei creare spazio per il deposito del materiale di scavo, in quanto "potendo far senza del fabbricato si eliminerebbero tutte le difficoltà giacchè la più forte che si riscontra sta appunto nelle pretese dei Conti che vogliono sostituita a questa casa vecchia catapecchia un fabbricato nuovo di pianta".

A seguito delle accese proteste del Chierici per la mancata restituzione di lire 1136.39, somma da lui anticipata per i lavori di scavo, con nota del 28 maggio il Ministero assicurava che il mandato di rimborso spese giaceva presso l'Intendenza di Finanza.

Il mese successivo il Ministero della Pubblica istruzione disponeva la somma di lire 500 per l'esecuzione di nuovi lavori a Canossa e l'affitto dei terreni di proprietà di Domenico e Pietro Conti, ai quali sarebbero stati versati rispettivamente 30 lire e 11.66 lire.

I lavori ebbero termine alla fine dell'anno seguente.

Il 2 gennaio 1883 il capo reale del Genio Civile di Reggio Emilia redigeva il processo verbale di consegna della casa costruita sul colle, nell'area su cui sorgevano i resti del castello, in favore della Reale Ispezione dei Monumenti e Scavi.

Il 23 marzo 1885 il Club Parmense di Scherma e Ginnastica chiedeva al Chierici, in qualità di direttore del regio museo di Reggio Emilia, l'autorizzazione a visitare il castello di Canossa

Il 26 settembre 1893 l'ispettore ai Monumenti e Scavi di Reggio Emilia Naborre Campanini comunicava al sindaco di Reggio l'invio al Ministero della Pubblica Istruzione della relazione riguardante gli studi da lui compiuti negli ultimi tre anni sulle rovine dal Castello di Canossa, sulla storia del monumento e sul museo che ivi aveva istituito.

L'illustrazione del monumento riguardava: la topografia del complesso in epoca matildica e nelle successive trasformazioni; la verifica di episodi "ignorati o mal noti" relativi a Canossa; il racconto del viaggio da Reggio a Canossa compiuto da Enrico IV con "novità" di particolari.

Il Campanini sostenne di aver "accertato l'andamento delle tre cinte, l'ubicazione e l'iconografia del tempio di S Apollonio, l'ubicazione e l'iconografia della cappella di S Nicola, collegato intimamente all'episodio di Enrico, togliendo di mezzo le incertezze che insino ad oggi hanno mantenute vive tante contraddizioni e confusioni fra gli storici".

A seguito della distruzione dell'antico castello nel 1255, la rocca venne riedificata ed abitata dai successori di Matilde. Per lo studio della ricostruzione storica della fortezza il Campanini aveva utilizzato i documenti e i materiali che gli scavi avevano messo in luce.

Nel 1412 Canossa aveva subito un altro assedio "rimasto a tutt'oggi ignoto" e fu distrutta nuovamente. La nuova costruzione, poi ampliata dagli Estensi, fu ipotizzata dal Campanini, "e per una carta topografica del secolo XVI rinvenuta nell'Archivio di Stato di Modena, e per le fondamenta dei muri che gli scavi hanno scoperto".

L'ultima costruzione, risalente al 1570, fu dovuta al conte Bonifacio Ruggeri di Reggio ma i resti di questo periodo venivano confusi coi ruderi di epoche precedenti.

Il Campanini fece disegnare le piante dimostrative che permettevano di stabilire la successione e gli anni in cui si verificarono le frane che avevano distrutto un terzo della parte superiore della rupe.

Tra gli eventi degni di nota o poco conosciuti nella storia di Canossa Campanini citava l'assedio del 1412 compiuto da Guido Torello, capitano di Reggio, e Corradino de’Corradini, capitano di Parma, per il Marchese Nicolò d'Este agli ordini di Uguccione Contrari.

Sia l'assedio, sia la presa della rocca che lo seguì "ignorati anche dagli storici più recenti, e che hanno grande importanza perché spiegano la causa ed il tempo della terza ricostruzione del castello", erano testimoniati da numerosi documenti presenti nell'Archivio di Stato di Reggio Emilia, che illustrano la cronaca della guerra.

Anche per quanto concerne le modifiche subite dal tempio di S. Apollonio, il Campanini era riuscito ad accertare la situazione sino al 1750, quando era già quasi completamente distrutto.

Per quanto concerne il viaggio compiuto dal re Enrico IV da Reggio a Canossa, il Campanini spiegava che era stato raccontato "variamente e confusamente" dagli storici; egli era riuscito a restituire un racconto più veritiero avendone "avuto giudizio da autorevoli scrittori viventi di storia canossiana" ed "interpretando letteralmente il testo dei cronisti che ne serbano memoria" dimostrandolo "con novità di giudizio concordi e non in contraddizione tra loro, armonizzandone inoltre le menzioni con la topografia dei luoghi e le indicazioni dei documenti".

Il Campanini inoltre inviava l'elenco dei materiali che aveva archiviato e diviso per categorie:

quadri e documenti, monete, sculture, iscrizioni, araldica, avanzi architettonici, materiali guerreschi, ceramiche, marmi, oggetti d'arte e d'uso domestici, materiali da costruzione, libri.

Questi materiali furono distribuiti in due sale del ricovero sulla rupe.

Il Campanini aggiungeva che questa raccolta doveva considerarsi solo come il principio di una collezione più vasta, che sarebbe stata ampliata a seguito di futuri scavi (per i quali il Governo aveva in affitto da diversi anni alcuni terreni ubicati alla base della rupe), dal recupero di reperti architettonici decorati con fregi e murati nelle case dei contadini, e dall'esposizione in Canossa dei calchi di sculture romaniche sparse nei castelli e nelle chiese matildiche del reggiano.

Il Campanini spiegava, infine, che, poichè: "I visitatori anche stranieri, o curiosi o studiosi, che ora salgono frequenti a Canossa, oltre a mille e duecento per anno, mai ascendono ai castelli e alle chiese, o alle rovine de'castelli e delle chiese matildiche di minor fama" (Carpineti, S. Polo, Chiesa di S. Vitale, di Tasso, delle Quattro Castella) sia per il disagio e la spesa, sia perché non a conoscenza delle vestigia monumentali presenti in quei vari luoghi, sarebbe stato opportuno raccogliere nel museo di Canossa i reperti architettonici più significativi, "quali, ad esempio, fra i più insigni, la vasca battesimale della Pieve di S. Polo, ora nel museo di Reggio; due capitelli della chiesa di San Vitale, uno a Reggio nel museo, e uno in quello di Modena; due capitelli della chiesa delle Carpineti, uno tuttavia alle Carpinati e l'altro a Valestra; e il capitello di S. Caterina trasportato pochi anni sono in Germania"

A seguito di alcuni lavori compiuti a Canossa, sotto la guida del Campanini, venne alla luce un'altra parte del monumento.

Infatti, nel Giornale di Reggio del 3 ottobre 1914 leggiamo: "Mediante una comoda scala si può ora accedere ad un ampio terrazzo aperto sullo strapiombo della rupe a levante, da dove si domina ampio orizzonte. La scala e il terrazzo sono stati aperti sul piano di una rampa secondaria per la quale, all'occorrenza, potevano, in antico, discendere i cavalli e i soldati, senza essere scorti dalla strada d'accesso principale e che nella pianta del castello del Terzi è chiamata reiterata. Il terrazzo oltre a mostrare interamente la salita all'accesso principale, fa vedere la caratteristica costruzione del barbacane della torre. Questo, a differenza di quelli delle torri in pianura, è formato da tre gradini costruiti con pietre squadrate tolte dalla demolizione del porto di Luni. Completa questo ciclo di lavori la demolizione di una parte della parete dei granai che mostra come questi fossero costruiti con doppio muro dalla parte verso terra a ponente, e a semplice parete verso levante, ove poteva liberamente circolare l'aria. Ci auguriamo che con metodici e progressivi lavori il Comm. Campanini ci dia fra pochi anni tutto quanto il monumento completamente libero dagli interramenti e sovrapposizioni che lo mascherano attualmente in più parti; colla pubblicazione che tra poco avverrà della Guida di Canossa, dovuta al Campanini stesso, il monumento verrà in questo modo completamente illustrato" .

 

  

Fonti archivistiche e bibliografiche

 

Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia, fondo Gaetano Chierici.

Polo Archivistico del Comune di Reggio Emilia, Archivio Storico del Comune.

Naborre Campanini, Canossa. Guida storica illustrata, II edizione riformata e rifatta, Reggio Emilia, 1915.

Donatella Iager Bedogni, Giuliano Grasselli, Una Regina, Cento Castelli, Montecchio Emilia 2007, p.5.

Pier Giorgio Oliveti, Il paesaggio e la viabilità storica, in "Canossa nel sistema fortificato matildico", a cura di Franca Manenti Valli, Reggio Emilia, Edizioni Diabasis, 2001, pp. 27-31.

Luciano Patroncini, Tracce di insediamento romano in "Canossa nel sistema fortificato matildico", cit., pp. 33-34.

Relazione delle gite fatte a Canossa dai soci del Club Alpino sezione dell'Enza nei giorni 31 maggio e 10 giugno 1877 e proposta di scavi edite per cura del Club medesimo, Reggio nell'Emilia, 1877.

 

 

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